Visualizzazione post con etichetta MOLISE. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta MOLISE. Mostra tutti i post

giovedì 13 settembre 2012

L'ALTRA TINTILIA


Nell'edizione pomeridiana del TG3 regionale del giorno 6 settembre, in pieno clima vendemmiale, è andato in onda un servizio sul futuro della vitivinicoltura molisana e in particolare sulle sorti della Tintilia, l’autoctono simbolo dell’enologia regionale. Non conoscendone il contenuto, sono andato alla ricerca del video che mette a nudo, dopo aver tessuto lodi e incensato il vitigno e il relativo vino da più parti in questi ultimi anni, non senza stupore, un vero e proprio malcontento in diversi produttori che, per chi vive quotidianamente questa realtà come il sottoscritto, sono più di un semplice campanello di allarme. In un periodo di crisi e di contrazione del mercato, che in generale non ha intaccato il sistema vitivinicolo nazionale, si osserva, di contro, un’inversione di tendenza per le cantine private della regione che si sono approvvigionate negli anni delle uve prodotte da terzi, in particolare di Tintilia, per far fronte all’aumento della domanda. Le difficoltà oggettive di vendita del vino Tintilia in questo periodo, come affermato dai viticoltori intervistati, fa vacillare, di fatto, questo mercato trasversale che teneva in vita parte della vitivinicoltura regionale, o di quello che resta dopo la mattanza dell’estirpazione massiccia che ha portato la superficie dai 9.236 Ha del 1982 ai 4.173 Ha del 2010 (dati del censimento agricoltura ISTAT 2010).
 
 
Partiamo da lontano e cerchiamo di capire quali sono i fattori che hanno determinato questo saldo negativo del 29%, solo nel decennio 2000/2010, sulla superficie viticola e sullo sviluppo del mercato enologico regionale, in particolar modo per la Tintilia. Come già ho avuto modo di parlarne in altri articoli, la Tintilia ha rappresentato il vero punto di svolta del comparto vitivinicolo regionale, non tanto per il recupero del materiale genetico o delle aree interne e marginali, di cui era padrona indiscussa fino agli anni ’50 tanto che l’attuale territorio della regione Molise era il più vitato del centro-sud con oltre 22.000 Ha, ma soprattutto come simbolo di un’unità enologica territoriale ben determinata, un grimaldello che potesse aprire nuovi scenari di mercato e fare uscire un’identità territoriale pressoché sconosciuta. Il primo errore fu commesso, dopo la riforma fondiaria, con la conversione delle aree marginali interne a cerealicoltura e lo sviluppo di una viticoltura estensiva nel basso Molise, votata alla quantità più che alla qualità, per scelte politico-produttive, come dimostra l'utilizzo del sistema d’impianto a tendone, che decretano la nascita di grandi cantine cooperative. Purtroppo questa scelta si è dimostrata fallimentare, non tanto per la qualità delle produzioni o della laboriosità dei viticoltori, mai in discussione, ma quanto per scelte politiche ed economico-organizzative che hanno trasformato delle solide realtà cooperativistiche, o presunte tali, in veri e propri bacini di voti e in un coacervo d’interessi personali e di sperpero di denaro pubblico. Questa miopia ha portato, di contro, ed eccoci arrivati ai giorni nostri, a una crescita forte di cantine private che, grazie a una territorialità inespressa e a un vitigno a essa intimamente legato, hanno dato nuova linfa a un settore ormai in decadenza. Ed ecco i primi riconoscimenti per diversi vini, tra cui la Tintilia, e per diverse cantine della regione, fino a qualche decennio fa ad appannaggio di una sola realtà territoriale. Bisognava cavalcare l’onda ed ecco, quindi, nuovi impianti di vigneti e riconversioni varietali con il vitigno Tintilia a farla da padrone, anche grazie all’aiuto comunitario contenuto nella relativa OCM e sotto l'azione della politica agricola regionale. Tutti, a diverso titolo, addetti e non, hanno “cavalcato” l’onda emotiva distogliendo lo sguardo, probabilmente decisivo, di una corretta opera promozionale e di marketing che non tenesse conto dei diversi campanili, che purtroppo esistono. E non bastano dichiarazioni di comunità d’intenti sulla necessità di una strategica opera di marketing, come si evince dalle interviste che i singoli produttori rilasciano. A titolo esemplificativo, per esempio, c’è chi ha deciso di affidarsi a firme dell’enologia internazionale come chiave del successo e chi, invece, si trova a lottare quotidianamente, spesso in prima persona, per cercare di mantenere o di non perdere quote di mercato. Qual è la promozione strategica regionale? Qual è il ruolo e quali sono le attività svolte dal Consorzio di tutela dei vini della regione Molise? Cosa sono le strade del vino, e mi sono stancato di dirlo, se non delle fredde tabelle, peraltro di difficile interpretazione, poste ai bordi delle strade della regione?
 
Fonte: I numeri del vino
 
Certo, ci sono diverse persone che cercano di mettersi a servizio delle aziende e del territorio spendendo la propria professionalità e il proprio bagaglio personale, come l’amico Pasquale Di Lena, già segretario generale dell’enoteca italiana di Siena, che tanto sta dando in termini di visibilità all’intero territorio regionale e alle sue ricchezze storico-culturali ed enogastronomiche. Dai produttori intervistati, quindi, è lampante un sentimento di scoramento e d’impotenza di fronte all’evolversi del mercato: essere costretti a estirpare un vitigno di cui si sono visti incentivare la riconversione o il nuovo impianto. Purtroppo qualcosa scricchiola e non è solo da imputare all’agonia delle realtà cooperativistiche regionali, costrette ad accontentarsi di mercati marginali o di medio-basso profilo, peraltro avvalorato dal fuggi-fuggi verso realtà del vicino Abruzzo (ma qualche produttore non parlava di un rischio concreto di scippo della IGP Osco o Terre degli Osci?) o dalla svendita sul mercato delle proprie uve per realtà produttive ben lontane dalla nostra, soprattutto per il Trebbiano, ma in parte anche per il Montepulciano.  Da cosa dipende tutto ciò? La mia piccola esperienza, al di fuori dei confini regionali, ha messo a nudo una realtà che ai miei occhi poteva sembrare diversa. Non mi riferisco assolutamente alla qualità e alla bontà delle nostre produzioni di qualità, mai messa in discussione, ma quanto ad una visibilità pressoché nulla. Il punto che forse si è trascurato maggiormente, e che non mi stancherò mai di ripetere, è rappresentato dai volumi di prodotto da immettere sul mercato, troppo piccoli perché possano diffondere capillarmente già nel solo territorio nazionale. Basti pensare che la DOC Montepulciano d’Abruzzo, per fare un esempio a noi vicino, diffusa e conosciuta in campo internazionale, nel 2010 ha denunciato oltre 10.000 Ha d’impianti e circa 900.000 ettolitri di vino. Ed è solo una delle denominazioni, anche se tra le più grandi d’Italia, e il confronto dei numeri è impietoso. Da dove partire allora? Intanto radicando il consumo del vino e della Tintilia già in ambito regionale attraverso una comunione d’intenti, su cui c’è ancora molta diffidenza e scarso appeal ad appannaggio del Montepulciano come vitigno, più diffuso e di qualità indiscussa.


 
Naturalmente mi riferisco al “consumatore quotidiano”, alle nuove generazioni, e non ai soloni della degustazione o presunti tali, di cui pullula la medio - alta borghesia enofila, educarli a un consumo consapevole, alla riscoperta del territorio, sdoganando il concetto di vino come bene di lusso, cosa che molte aziende stanno facendo anche come tendenza del mercato ma che non rispecchia la realtà. Solo con una consapevolezza maggiore delle proprie potenzialità a 360°, coinvolgendo anche altre produzioni di qualità indiscussa, come olio extravergine e tartufo, solo per citarne alcuni, in un contesto di ruralità senza eguali in termini percentuali nel nostro paese, si può immaginare di uscire da un sostanziale stato di anonimità che, aimè, tranne qualche distinguo più frutto di opera individuale, è tangibile al di fuori dei confini regionali.

Sebastiano Di Maria
molisewineblog@gmail.com



lunedì 2 luglio 2012

MOLISE FUTURO PROSSIMO

Alla “tre giorni” promossa dalla rivista “il bene Comune” nella Sala della Costituzione della Provincia di Campobasso, è stato sottolineato da più parti il valore ed il significato del Territorio e la necessità di ripartire da esso se si vuole assicurare un futuro al Molise.
C’è da dire che, pur trovando molto interessante l’iniziativa per il Molise e per la situazione di pesante crisi che solo uno sforzo d’idee e di sogni può risolvere, una tre giorni non basta, ce ne vorrebbe una ogni settimana.
Uno sforzo di riflessione di gruppo sulla condizione di questa nostra piccola grande regione che, per le sue dimensioni e la sua fragilità politico-amministrativa corre rischi maggiori di altre, e, che più di altre ha bisogno di tracciare un suo percorso completamente opposto a quello attuale. Se la sovrastruttura di questo percorso ha bisogno, come ho già detto, d’idee e sogni, la struttura non può che essere il territorio molisano.


Un territorio, per fortuna, ancora ricco di ruralità e di agricoltura, di ambienti e paesaggi, storia e cultura, antiche tradizioni, che possono, tenendo conto anche delle modeste dimensioni dello stesso, far pensare a una crescita innovativa, ecosostenibile, in grado di dare occupazione; a una razionalizzazione e modernizzazione dei servizi; a una informazione come bene comune al servizio dei cittadini e della partecipazione democratica.
Una “tre giorni” d’intenso dibattito con personaggi di rilievo, ricercatori ed esperti, che hanno dato un contributo notevole al raggiungimento degli obiettivi di questo primo incontro e mostrato il valore di una scelta, che ha la necessità di ripetersi per diventare un vero e proprio laboratorio d’idee, un momento di creatività che serve per costruire il futuro, da domani.


 
Idee e creatività che, salvo encomiabili eccezioni, non fanno parte del patrimonio politico-culturale di una classe dirigente (non solo politica) che ha pensato allo sfruttamento delle risorse, arrivate copiosamente da Roma o da Bruxelles, più per sistemare il bilancio personale e familiare, quasi mai per contribuire a costruire il futuro di questa nostra regione, e, nel caso della politica, per spartire queste risorse e distribuirle al solo fine di accaparrarsi i consensi per la propria sopravvivenza politica.

Una cultura radicata da tempo che non riguarda solo una parte ma la sua totalità, per niente facile estirpare se non attraverso un’attenta analisi della realtà e la ricerca di soluzioni alternative.
Per un “Molise futuro prossimo” c’è bisogno di una classe dirigente all’altezza del compito, cioè capace di sviluppare con passione e professionalità il suo ruolo nella ricerca, certo, di un utile personale ma, prima ancora, di quello della collettività; progettare e programmare il futuro di questa nostra regione dove i giovani hanno smesso di pensarlo, visto che sono costretti a partire per non rimanere disoccupati per tutta la vita.

Una classe politica soffocata dalla logica del favoritismo in cambio del voto non ha niente da dare –come l’esperienza di questi anni dimostra - al futuro prossimo del Molise, se non quello di far crescere i rischi di svuotamento delle potenzialità che questa nostra regione ha.
Ieri, venerdì, la chiusura di questo “brainstorming” che ha bisogno di un’attenta valutazione per definire e assicurare la sua continuità perché possa diventare uno (spero di tanti) strumento di stimolo per un rinnovamento reale della classe dirigente che è così nel Molise, come altrove, frutto dei tempi che viviamo e di un sistema che è fallito e, come tale, impossibile da aggiustare.


 
C’è da pensare subito a dare le basi a un altro sistema, che, forte dell’esperienza maturata, tenga conto dei limiti imposti dalla natura e dal rispetto che essa merita. Una necessità se vogliamo continuare a respirare aria sana; a bere acqua pulita; ad avere cibo di qualità legata al territorio, cioè all’origine; godere il paesaggio e la ricchezza della sua biodiversità; avere la cognizione del tempo; vivere la diversità e contrastare l’idea di un livellamento, soprattutto culturale delle genti, dei popoli; conservare il nostro dialetto, la nostra lingua e tutti gli altri segni della nostra identità.

Queste e altre riflessioni che meritano il confronto, l’approfondimento; di essere comunicate perché la loro diffusione semini cultura. Essa è indispensabile per governare una realtà come il Molise che ha tutto per essere uno straordinario laboratorio e, soprattutto, un esempio per altre regioni, altre realtà, nel momento in cui il percorso di un “Molise futuro prossimo” è iniziato.



lunedì 11 giugno 2012

AGRICOLTURA E TERRITORIO: SPUNTI DI RIFLESSIONE

Avete avuto modo di seguire tramite Blog, Facebook e carta stampata gli appuntamenti che hanno tenuto banco, nella settimana dedicata alle problematiche del mondo agricolo, presso l’Istituto Tecnico Agrario di Larino. Si è parlato di temi cruciali quali l’IMU, attraverso una chiave di lettura tecnico/normativa che ha fugato dubbi e paure, per lo più figlie di cattiva informazione, di sperimentazione in campo cerealicolo, punto di forza dell’attività dell’Istituto e dell’intero comparto agricolo regionale, ma non è mancato, in conclusione, il punto di vista di un uomo che ha speso gran parte della propria vita nella gestione delle problematiche del mondo agricolo, dando lustro a produzioni e territori nella sua opera promozionale e storico/culturale. Naturalmente mi riferisco a Pasquale Di Lena, larinese doc, agronomo e politico, poeta e profondo conoscitore del mondo rurale, scrittore e produttore di olio. Quale modo migliore per concludere gli appuntamenti sul futuro del mondo agricolo, davanti ad una platea formata soprattutto da giovani studenti dell’unica istituzione scolastica ad indirizzo tecnico-agrario della regione, di cui lo stesso autore ne è uno dei figli più illustri, con i futuri tecnici e operatori del settore, se non attraverso le pagine di un libro che parla ai giovani? E’ questo lo slogan della CIA (Confederazione italiana agricoltori), organizzazione sindacale di cui l’autore ne è stato uno dei fondatori e che cura la pubblicazione del volume.


L’autore ripercorre, per tappe, la sua vita dedicata al mondo agricolo, ponendo l’accento su quella che è stata l’esperienza che più lo ha segnato, quella più stimolante, quella come dirigente del mondo agricolo vicino ai coltivatori e mezzadri della Toscana, sua terra adottiva, dentro le loro case, nelle loro aziende imparando a conoscerne i valori che tanto gli ricordavano la terra natia. Da lì parte la sua attività di creatore e ideatore di progetti vincenti, come l’Associazione nazionale delle città dell’olio fondata nella sua Larino, di cui è ideatore e Presidente onorario, giusto per citarne una, oltre che di incarichi prestigiosi, in particolar modo quella come Segretario Generale dell’Ente Mostra Vini - Enoteca italiana di Siena.
Dopo questa doverosa premessa, cercherò di analizzare, a grandi linee, il contenuto del volume, anche attraverso le parole dell’autore, cercandone spunti di riflessione.
“Serve l’agricoltura per uscire dalla crisi”, è questo il filo conduttore che accomuna la raccolta di articoli contenuti nel volume, pubblicati su stampa locale e nazionale, cercando di riscoprire la centralità della stessa all’interno di un contenitore straordinario che è il territorio. Paradossalmente, in un momento storico segnato da un costante e lento abbandono dell’attività agricola, a cui fa seguito una diminuzione significativa della superficie coltivata per esigenze che nulla hanno che fare con le produzioni agricole, c’è una parte dell’agroalimentare che dà lustro e rafforza il brand “Made in Italy” anche attraverso la riscoperta di territori straordinari, quel terroir, termine tanto caro ai transalpini, che è il contenitore e l’espressione della qualità. Mi riferisco, naturalmente, al vino e al ricco patrimonio in biodiversità viticola, unica al mondo, che si traduce in un numero di denominazioni d’origine straordinarie per qualità ed espressione territoriale, che portano il nostro paese, tenendo conto anche degli altri comparti, a primeggiare in Europa e nel mondo. In effetti, a voler essere precisi, dei punti deboli ci sono anche nel settore enologico e sono legati, per lo più, a cattive strategie di marketing, figlie di campanilismi e scelte produttive che poco tutelano territori e biodiversità. In tal senso andrebbe fatto di più e meglio, come lo stesso autore ne è testimone nella sua puriennale esperienza in materia promozionale, cercando di porre al centro il territorio, straordinario contenitore di cultura, storia e tradizioni. Anche il Molise non si sottrae da tale logica, anche se la riscoperta di una propria identità enologica, attraverso la Tintilia, frutto anche della scommessa di un manipolo di giovani produttori, quei giovani che l’autore esorta a “utilizzare l’agricoltura per programmare il proprio futuro”, ha gettato le basi per fare uscire la regione e il suo straordinario territorio, che Di Lena individua come “caso studio di ruralità in ambito nazionale”, da una sostanziale situazione di anonimato. Non tanto perché lo dice il sottoscritto, anche se la mia recente esperienza in proposito fatta di viaggi studio nei più importanti territori enologici italiani e francesi ne conferma la situazione, ma perchè sono gli stessi produttori a confermarlo, come ho potuto constatare di persona all’ultimo Vinitaly. Abbiamo un territorio ed una vocazionalità, se vogliamo, potenzialmente superiori a molte aree più blasonate, anche se scelte scellerate ne hanno in parte violentato l’aspetto e fiaccato l’anima. Purtroppo i numeri ci sono contro, sia in termini di bottiglie prodotte che di territorio vitato, in forte contrazione per via di estirpazioni massicce, figlie di una realtà cooperativistica per lo più fallimentare o ai margini del settore. E’ necessaria, quindi, un’opera di promozione che accomuni tutte le realtà produttive regionali in un unico marchio e perché ciò sia possibile ci vuole coesione e comunità d’intenti, anche da parte di chi ritiene la cosa come un freno o una zavorra, avendo già un proprio brand affermato che nulla a che fare con il territorio. Mi riferisco ad una situazione inaccettabile riscontrata al Vinitaly, di cui ho già avuto modo di parlare nel mio blog in questo articolo, dove alcune aziende hanno preferito sistemazioni diverse da quella messa a disposizione dalla Camera di Commercio della Regione Molise (già microscopica se confrontata ad altre realtà). Altra nota dolente che l’autore rimarca e che il sottoscritto condivide, è l’utilizzo della Tintilia come mero strumento commerciale, decretando, di fatti, la nascita di obbrobri che nulla hanno a che fare con la storia del vitigno, come il rosato, lo spumante o il passito, oltre alla possibilità di estenderne il disciplinare ad areali che, storicamente, nulla hanno a che fare con la coltivazione del vitigno. Non a caso, ad un seminario sul progetto “Talento” a cui ho preso parte, il responsabile marketing con un sottile sogghigno ironico mi ha chiesto se eravamo riusciti in Molise a fare uno spumante a base di Tintilia ed io, non senza imbarazzo, ho dovuto annuire senza batter ciglio. Neanche questa è la strada giusta per valorizzare un territorio e le sue peculiarità, cercando di inseguire mode o estremizzando la tecnica enologica con winemaker (enologi) di grido, ottenendo solo il risultato di dare un’immagine distorta della realtà. I riconoscimenti e le professionalità ci sono, un territorio invidiabile e un patrimonio storico-culturale di primissimo livello anche, manca solo un amalgama sapiente dei singoli ingredienti per poter emergere, sotto un unico marchio o brand.


Pasquale Di Lena
Cosa che invece è in fase di lancio, di cui lo stesso autore ne è l'ideatore, è un progetto di promozione, questa volta in campo oleario, con la creazione del marchio Molisextra che raccoglie singoli produttori e realtà cooperatistiche, con l’unico obiettivo di promuovere l’olivicoltura e l’olio molisano, che passa attraverso la tutela del territorio e del paesaggio olivicolo, dei borghi e dei dialetti che accompagno un rituale antico in una terra che ha fatto la storia dell’olivicoltura. In questo caso la Regione Molise è un vero e proprio scrigno di ricchezze con ben 18 varietà autoctone, tra cui spicca l’Aurina di Venafro, quella che gli antichi romani conoscevano come “Licinia” in omaggio al grande condottiero Licinio che la introdusse, nel IV secolo a.C., in quel territorio straordinario che è il “Parco storico dell’olivo di Venafro”. E poi l’altra cultivar storica, la Gentile di Larino, vero simbolo dell’eccellenza regionale e della relativa DOP.
L’olio, il vino e altre eccellenze alimentari sono un vero e proprio patrimonio del nostro paese, l’essenza della nostra cucina e l’espressione più alta della dieta mediterranea (patrimonio culturale dell’umanità, UNESCO), non a caso il Ministro Ornaghi considera le nostre eccellenze alla stregua dei beni culturali, come lo steso autore più volte sottolinea. La nostra regione rappresenta, quindi, un piccolo scrigno in ricchezza di prodotti e ruralità (olio, vino, tartufo, salumi, formaggi e latticini), quello che potrebbe essere un esempio per tutti attraverso la riscoperta dell’agricoltura (regione con il miglior rapporto abitante/territorio rurale) e la sua centralità, attraverso la creazione di infrastrutture ricettive, opera di promozione e marketing gestita da consorzi di tutela, che non siano semplici entità astratte di facciata, creazione di percorsi turistici ed enogastronomici tra borghi e territori, tra tratturi e cantine, non tramite quelle fredde tabelle sparse per le vie della regione.  

Concludo riassumendo quello che è stato il messaggio della giornata, che l’autore e gli altri interlocutori hanno voluto trasmettere ad una platea composta soprattutto da studenti dell’Istituto Agrario, futuri interpreti del mondo agricolo. I giovani hanno in mano il futuro e devono saper cogliere l’opportunita di rimettere al centro l’agricoltura, sia come programmazione del proprio futuro, sia per dare lustro a produzioni preservando ruralità, territori e cultura, ma anche perché il mondo ha bisogno di attività agricola come principale fonte di alimentazione. Una corretta gestione del comparto, attraverso un minor uso di energie e risorse (impatto ambientale), elimando gli sprechi, figli di un’economia di profitto, potrà far fronte alla fame nel mondo, tema centrale che la Fao ha sviluppato in questi giorni a RIO+20 con il tema: “Verso il futuro che vogliamo: fermare la fame e attivare la transizione verso sistemi agricoli e di cibo sostenibile”.

Sebastiano Di Maria



venerdì 8 giugno 2012

LA SPERIMENTAZIONE CEREALICOLA IN AGRICOLTURA BIOLOGICA

SOLIBAM (Strategies for Organic and Low-input Integrated Breeding and Management) rappresenta un progetto di ricerca europeo, finanziato dal VII Programma Quadro, che vede la partneship di 23 istituzioni di 10 paesi europei e di Mali, Europa e Siria. Il suo obiettivo principale è quello di incrementare la qualità e la produttività delle colture in sistemi agricoli biologici ed eco-compatibili, attraverso lo sviluppo di un modello d'innovazione varietale che tenga in considerazione l'impatto delle singole pratiche agronomiche. Verranno sviluppati, a tal proposito, nuovi approcci di riproduzione che,  integrati con specifiche pratiche di gestione, mirino ad incrementare la produttività, la qualità, la sostenibilità e la stabilità delle colture adattandoli a sistemi agricoli biologici ed a basso impatto, nelle diverse condizioni agricole europee e nell’agricoltura di piccola scala nel continente africano. Particolare rilevanza viene data al miglioramento genetico partecipativo, attraverso il coinvolgimento della comunità nelle diverse fasi di studio, perchè considerato un metodo di selezione varietale adatto ai diversi contesti sociali e colturali, tipici dell'agricoltura biologica.

Farm days e partner Solibam

Alla base di questo progetto, come è possibile intuire, ci sono numerosi fattori direttamente legati al nostro futuro, quali la crescita della popolazione, la necessità di una maggiore protezione ambientale e i cambiamenti climatici, che stanno aumentando, di fatti, la pressione sul sistema agricolo mondiale. La domanda, a questo punto, sorge spontanea: come assicurare la sicurezza alimentare e la qualità del cibo, mantenendo allo stesso tempo la sostenibilità ambientale e socio-economica? In tal senso, l'Unione Europea sta prendendo decisioni politiche rilevanti per quanto riguarda il cosiddetto "greening" dell'agricoltura, vera novità dell’ultima PAC, attraverso la promozione di una serie di misure come la copertura vegetale, la diversificazione produttiva attraverso la rotazione delle culture, la gestione di pascoli e prati permanenti, set aside ecologico e agricoltura biologica. Gli imprenditori agricoli europei sono pronti ad affrontare questa sfida? In tal senso si sviluppano i sistemi di produzione biologici e low input, portati avanti dall’AIAB (Associazione italiana per l’agricoltura biologica) nell'ambito del progetto europeo SOLIBAM. Cristina Micheloni, vicepresidente AIAB, spiega che "la chiave di un sistema produttivo sostenibile è la diversificazione dei sistemi agricoli a diversi livelli (es. diversità genetica, diversità di specie, diversità di habitat) e che questo approccio possa essere utilmente trasferito in strategie di gestione concrete, applicabili a sistemi a basso input e biologici in Europa ed altrove".
 
Locandina appuntamento presso San Giuliano di Puglia

In tal senso si va ad inserire il progetto “Farm days”, giunto al terzo anno, organizzato da AIAB nell’ambito del progetto SOLIBAM. Un appuntamento importante per agricoltori e tecnici per scambiare conoscenze ed esperienze sulla ricerca varietale in agricoltura biologica ed a basso impatto e su come impostare dei progetti di ricerca partecipativa. Anche quest’anno, le visite vedranno la partecipazione del Prof. Salvatore Ceccarelli, genetista e consulente in miglioramento genetico dell'ICARDA (International Center for Agricultural Research in the Dry Areas - Alleppo, Siria). Le visite saranno effettuate nelle aziende che ospitano le prove, dove sono messe a confronto diverse popolazioni e miscele varietali di orzo, frumento duro e tenero. L’obiettivo del programma 2012 è quello di cominciare a entrare nel dettaglio di come osservare le parcelle e che tipo di dati rilevare e come, durante la stagione. Anche il Molise fa parte di questo progetto e nella giornata di Giovedì 14 Giugno, come da programma, verranno visitate le parcelle di frumento duro presso l’azienda agricola di Modesto Petacciato a San Giuliano di Puglia, per spostarsi poi, nel pomeriggio nei campi sperimentali d’orzo dell’azienda agricola Ilaria Beatrice Ruggiero, situata in agro di Matrice e, per finire, presso l’azienda agricola Corbo, in agro di Longano, dove verranno valutate le diverse risposte vegeto/produttive su parcelle d’orzo coltivate a due diverse quote.
Si ringrazia il dott. Paolo Di Luzio, presidente dell'Aiab Molise, per il materiale fornito e per l'impegno profuso nella promozione e lo sviluppo di metodologie eco-compatibili, a basso impatto ambientale. 

Sebastiano Di Maria